sabato 16 luglio 2011

Una nuova famiglia

Sempre in quel periodo ci fu una festa in casa della zia, il matrimonio di zio Peppino. Ricordo quando, dalla finestra semiaperta della casa di fronte, si diffondevano le note dei valzer e dei tanghi. La gente si fermava per curiosare ed io guardavo triste quella finestra che ci era nemica. Nel frattempo, i vicini di casa iniziarono a portare piatti di minestra calda e pane. Si sparse la voce sulla nostra condizione e finalmente qualcuno convinse mia madre a trovarsi un lavoro. Ci accompagnarono dalla famiglia L. che ci propose di stare in casa loro. Mia madre doveva aiutare nelle faccende domestiche. Stavamo piuttosto bene in quel periodo anche se mia madre cercava in ogni modo di non dare fastidio ai padroni costringendomi a sedermi in cucina accanto a lei senza parlare né muovermi. Mi educava alla sottomissione, all’obbedienza cieca per paura d’essere mandate via. Ero sempre lì, silenziosa. Le padrone passavano indaffarate senza rivolgermi uno sguardo o una parola. Nelle belle giornate scendevo giù per la scala di servizio, che era l’unica alla quale potevo accedere, e mi trattenevo con Giorgino, un vecchietto ritardato mentale ma molto buono che faceva il giardiniere. Lui era sempre intento ad innaffiare il giardino o a mangiare grossi piatti di pasta asciutta con pelle di baccalà fritta della quale era ghiotto. In estate, durante le ferie, venivano in vacanza da Napoli e da Bari i nipoti della signorina L. e solo allora era per me una festa, perché si trattenevano quasi tutta la giornata in giardino ed io giocavo con loro. Non li sopportavo soltanto quando questi mi facevano capire che non dovevo essere spiritosa perché ero la figlia della domestica. La mia sensibilità mi faceva soffrire e mi appartavo. In quel periodo mangiavo pochissimo, non avevo mai appetito. Crescevo pallida e gracile. D’inverno quando i nipoti partivano non parlavo con nessuno; ero sempre triste e sola. Finalmente mi dissero che sarei andata a scuola. Mia madre mi preparò per l’ammissione al secondo anno di scuola elementare ed iniziai l’anno scolastico con la maestra P. Non ho bei ricordi purtroppo. Quando non facevo bene i compiti la maestra mi batteva con la verga di legno sulle mani. Cominciai ad odiare la scuola, la maestra e la casa dove alloggiavamo. Così un giorno con un’amica iniziammo a marinare la scuola  andando in giro per il paese. Finalmente libere di poterci sentire autonome. La mamma purtroppo mi stava vicina soltanto per farmi mangiare. Ogni tanto prendeva una polpetta dal piatto di frittura preparato per il pranzo e cercava di infilarmelo per forza in bocca. D’inverno soffrivo di geloni ai piedi, forse per lo scarso movimento o difetto di circolazione. Il freddo mi procurava lesioni alla pelle e ai tessuti dei piedi, soprattutto ad entrambi i calcagni. L’arrossamento locale, il gonfiore ed il prurito erano così intensi che non riuscivo a riposare durante la notte e piangevo in silenzio, senza disturbare la mamma per non dispiacerle più di quando lo fosse già,  finché si formarono delle brutte piaghe ai piedi. Le calze rimasero attaccate e le piaghe si allargavano. Nessuno si accorgeva del completo abbandono in cui mi trovavo. Mia madre non aveva tempo per me, non si preoccupava neanche di farmi fare colazione, facevo tutto da sola a soli sette anni. Un giorno mi alzai zoppicando per andare a scuola, presi la cartella e cercai di scendere le scale ma non riuscivo a camminare e mi sentivo bruciare. La testa mi doleva e all’ultimo gradino mi resi conto che non potevo proseguire. Mi sedetti e iniziai a piangere. Possibile che nessuno si accorgevo che stessi così male? Ero scoraggiata e non volevo rattristare mia madre, al solo pensiero di vederla piangere mi sentivo peggio. Mentre ero assorta con i miei pensieri, dolorante e piangente, sentii aprire la porta delle scale, era la signorina A., la quale mi venne incontro chiedendomi cosa stesse succedendo. Le dissi che stavo male. Mi portò a letto e scoprì che avevo la febbre altissima, le gambe gonfie e arrossate e i piedi che emanavano un odore nauseabondo. Chiamò il medico, il quale rimase sbalordito per le condizioni in cui mi trovavo. Avevo un’eresipola. Chiese dell’acqua tiepida per ammorbidire le calze che erano diventate tutt’uno con le piaghe. Chiamarono mia madre per sapere qualcosa ma lei non seppe dire nulla. Sapeva soltanto piangere e gridare: “perché non mi dicevi nulla?”. Non sapevo risponderle. Ero solo una bambina abbandonata a me stessa. Le calze non si cambiavano chissà da quando. Finalmente riuscirono a staccarmi le calze dalle piaghe e fiotti di pus sprizzarono nella bacinella. Il medico disse che stavo per avere una cancrena. La signora A. da quel giorno mi stette molto vicina. Il medico veniva spesso per medicarmi. Stetti a letto immobile con i piedi fasciati per due mesi. La mamma non faceva altro che gridare e piangere posandomi sul cuscino il grosso quadro del Cuore di Gesù. Una piaga del piede destro non guariva e il medico fu costretto a causticarla con la pietra rovente. La lunga degenza a letto mi tenne lontana dalla scuola procurandomi  qualche disagio. Accanto al mio letto c’era una nipote della signora A. che mi portava tanti libri di favole che lei stessa rileggeva. In quel periodo fui curata molto bene ed ero felice. Si dice che non tutti i mali vengono per nuocere ed è vero. Quando mi ripresi le L. mi mandarono al doposcuola dalla S. 

Nessun commento:

Posta un commento