Entrai in Orfanotrofio ma non essendo orfana di padre non potevo starci senza pagamento. Mia madre si impegnò per trovare un lavoro e pagare la retta che era di £30000 mensili, anziché £60000. Si recò a Bari e riuscì finalmente a trovare un posto presso un’anziana signora come dama di compagnia. Il distacco da lei fu triste. Piangevo ed altre bambine, sfortunate come me o forse più di me, si avvicinavano per consolarmi. Così non fui più sola.
Adesso mi dico: come potevo essere felice con un solo genitore? La felicità dipende dal tipo di genitore che si ha, nonché dall’interesse e dalla sollecitudine che mostra per il benessere dei propri figli. Il genitore ha il dovere di aiutare i figli a crescere più sani e più felici. Quando un genitore non ha l’appoggio del coniuge compie sforzi ammirevoli per prestare ai figli le attenzione necessarie ma la struttura della famiglia non è l’ideale. In ogni caso, il grosso problema è il denaro. Mia madre faceva quello che poteva. Il dolore non sparisce mai veramente, si affievolisce soltanto.
La solitudine e l’umiliazione subita in precedenza avevano intanto influenzato la mia personalità. Non mi riconoscevo, non sapevo chi ero e perché il destino fosse così duro con me. Mi chiudevo in me stessa, sempre con la paura di sbagliare e mi appartavo. Giuravo a me stessa che non avrei più toccato oggetto che non fosse mio e ci riuscii. Ma l’insicurezza era tanta e mi ha condizionata per tutta una vita. Quando la Superiora mi chiamava per leggere un brano in chiesa o mi invitava ad accendere le candele tremavo e mi confondevo per paura di sbagliare e di essere derisa. La Superiora si arrabbiava e mi pizzicava, anche se in fondo mi voleva un gran bene. Di tanto in tanto mi chiamava nel suo camerino e mi chiedeva perché fossi tanto timida e paurosa. Non lo sapevo o non lo capivo. Nella mia mente avevo tante idee, ero un vulcano. Avevo molta fantasia ed elaboravo un romanzo con parole adeguate e frasi ben fatte, specialmente la sera quando andavo a letto, ma non riuscivo ad esprimermi con gli altri. Devo però ammettere che dai colloqui con la Superiora ne uscivo sempre più distesa. Le forze che distruggono il mondo dell’infanzia è il mondo degli adulti che passa su quello dei bambini come un rullo compressore, come una vampata di fuoco che annienta, distrugge e saccheggia senza pietà. La vita in Istituto era rigida e metodica, priva di calore umano, non c’era altra prospettiva che una divisa ed una vita da caserma. Fuori dall’ora di ricreazione non si poteva né parlare, né muoversi. Le suore erano rigide, dure. Bisognava ubbidire, studiare, lavorare, pregare per un tempo abbastanza lungo. Noi bambine non ce la facevamo, stanche di frenare la nostra energia vitale, e ogni tanto qualcuna di noi sveniva e cadeva a terra. Mentre si scatenava odio, rancore, paura e rabbia per tanta repressione. L’educazione era distorta, ci abituavano a sentirci in colpa, non solo nei riguardi di Dio ma degli adulti in genere. Un’educazione basata sulla violenza come se si dovesse sempre affrontare un Tribunale. Un altro sistema più raffinato era quello di trattarci con freddezza anche per il semplice sospetto che la bambina avesse fatto qualche marachella. Non ci rivolgevano più la parola, venivamo trattate come se non esistessimo, finché non ci sentivamo uno straccio. A volte qualcuna se la cavava come meglio poteva, con l’aiuto di bugie e sotterfugi, cercando di ringraziarle. E così loro dicevano: “è proprio come suo padre” oppure “come sua madre”, “chissà come finirà”. Non si poteva aver fiducia di nessuno, né dei genitori, tanto meno degli educatori. Io preferivo chiudermi in me stessa e sognare ad occhi aperti cose impossibili. La sera si andava a letto con le galline, cioè quando le galline dormono verso l’imbrunire. A me piaceva immergermi nei miei pensieri e mi vedevo in una società che mi era negata, in una famiglia normale dove potermi muovere come volevo, dove potevo saltare, giocare, in perfetto accordo tra mamma e papà.
Quanti condizionamenti al nostro sviluppo intellettuale soprattutto quando si cresce in ambiente culturalmente povero e senza possibilità di avere rapporti sociali con coetanee vissute in un’atmosfera ricca culturalmente e differenziata. Dal collegio ne uscivamo svantaggiate.
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