Il tempo passava, mia madre era sempre a letto, rifiutava di nutrirsi ed aspettava un bambino. Non c’era l’ombra di una possibile soluzione. Per me erano tristi quei giorni. La libertà conquistata stava per sfuggirmi ed ero destinata a tornarmene in collegio, senza alcuna prospettiva per il futuro. Addio sogni di gloria, famiglia unita, castelli in aria, tutto era perduto per me. Sarebbe bastato che uno dei due fosse più maturo e responsabile per risolvere il problema. Cercavo con tutti i mezzi di affrontare ora l’uno ora l’altra. “Mamma perché non cerchi di essere più ragionevole con papà?” le chiedevo. Lei, chiusa nel suo mutismo, non mi rispondeva. “Papà perché non cerchi di andare d’accordo con la mamma?” Lui rispondeva e mi diceva che ero una bambina e non potevo capire.
Sapendo che mia madre non voleva partire per l’America, convinsi mio padre a scegliere un’altra nazione più vicina all’Italia e provare una vita in comune. Lui decise per la Francia e provvide a darsi da fare per i passaporti. Mi spiegava che voleva tornare in America perché aveva il suo lavoro come maestro di musica con una banda a sua disposizione e che poteva farlo soltanto in Argentina dove non si guardava al diploma di cponservatorio che lui non aveva. Quindi aveva ragione. Mi mostrava il denaro che aveva guadagnato in quella terra che a lui si addiceva. Verso la fine di agosto partimmo. Ricordo che era una giornata molto calda. Il sole splendeva infuocato nel cielo d’Italia. Un’esperienza bellissima, per me un’avventura. Per la prima volta viaggiavo su un treno verso un posto sconosciuto. Mio padre non sapeva dove fermarsi. Chiese consiglio ad un controllore per sapere quale fosse il paese più vicino, sempre nella Savoia, e che fosse carino. Questo consigliò Saint Jean de Maurienne, un paesino di montagna. Affacciata al finestrino ammiravo la natura con gli alberi che sfrecciavano dinanzi a un panorama bellissimo, mentre l’aria frizzante mi accarezzava il viso. Che sensazione. Mi sentivo in Paradiso. Di tanto in tanto sorridevo a mio padre che forse provava le stesse emozioni, mentre mia madre taceva, fredde e triste. Non so quanto.
Durante le fermate alle diverse stazioni mi divertivo nel vedere tanta gente indaffarata che saliva e scendeva. Per ognuno studiavo il profilo e gli atteggiamenti. Quanti tipi strani! Non avevo mai visto tanta gente prima di allora. Quando il treno attraversava la galleria avevo paura. Mio padre mi incoraggiava sorridendo e ne ero orgogliosa. A Bardonecchia mi accorsi che nevicava, era così strano per me, vedere la neve in piena estate. Sullo spiazzale della stazione c’era un gruppo di piccole e giovani italiane in divisa fascista che cantavano “giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza”, era una esplosione di gioia che mi rallegrava il cuore. Come ero felice. Mi piaceva l’allegria, la gioia di vivere e tutto il mio essere vibrare di emozioni intense mai provate prima. Era di buon auspicio al viaggio che stavamo compiendo. A Modane ci fu il controllo della dogana e si parlava già in francese, altra esperienza emozionante. Trascorremmo la notte in treno e nelle prime ore del mattino seguente eravamo a Saint Jean. Mi sembrò un paese da favola. La nebbia avvolgeva gli agglomerati di case con i comignoli bruni, riuniti giù nella valle e monti altissimi le facevano da corona. Faceva molto freddo, abituati com’eravamo al sole della nostra terra d’origine, quell’aria cupa e grigia rattristava e fummo costretti a tirare fuori da una valigia gli indumenti di lana. Ci fu un attimo di scoraggiamento da parte mia, ravvisai un presagio di sventura e fui subito presa dalla nostalgia della nostra terra. Ma bisognava adattarsi e conoscere altri luoghi, altri climi, altri usi e costumi. Esternai questo mio pensiero a mia madre che lo condivise amaramente dicendo di essere capitata in un carcere.
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