Era il 1934. Avevo ormai dieci anni. Ero cresciuta e sognavo sempre ad occhi aperti. Ero felice solo quando vedevo mia madre. La Superiora quando aveva degli impegni su Bari mi accompagnava a casa della signora M. dove mia madre lavorava come dama di compagnia. Era la vedova di un ricco industriale. Una signora settantenne che mi parlava sempre del marito che tanto aveva amato. E dopo essersi profumata e incipriata si sedeva accanto a me e mi diceva: “sono la signora dei viaggi, della casa e del cimitero”. Di fronte, appeso ad una parete, c’era un quadro col ritratto del marito. Lo guardava con le lacrime agli occhi e gli parlava come se fosse vivo.

Io ero sconcertata e pensavo a mia madre che non aveva avuto quella fortuna. Era molto giovane, aveva 37 anni. Veniva spesso a trovarmi e mi colmava di giocattoli, vestiti, dolci. Ero felice nel rivederla, ma subito dopo la sua partenza piombavo nel buio assoluto, il vuoto dentro di me era incolmabile. Era una bella donna, fine, elegante, educata, ma così conturbante, possessiva. Quando la Superiora veniva a prendermi lei mi soffocava con i suoi abbracci e il suo pianto.
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