sabato 16 luglio 2011

I miei genitori

Quel giorno, assieme a mio padre era venuta anche mia madre ma la vedevo strana, diversa, non parlava.
Dopo la visita all'istituto, uscimmo a fare due passi per il paese che mio padre non vedeva da otto anni. Prendemmo qualcosa al bar e ci fermammo per cenare. Mio padre aveva preso una camera presso un albergo dove andammo per stare un po’ insieme. Lui era brillante, parlava, faceva progetti per il futuro, era entusiasta, dicendo che finalmente saremmo stati sempre insieme. Saremmo partiti per l’America del Sud (Buenos Aires) dove lui viveva, dirigeva una banda musicale e stava bene economicamente. Bisognava solo dimenticare quella brutta avventura con la mamma, dare un colpo al passato e ricominciare una nuova vita. A me parve simpatico mio padre, giovane d’idee e di speranze. L’avvenire che avevo sempre sognato mi parve promettente. I miei pensieri vagavano tra nuvole rosate, pensando che non poteva capitarmi fortuna migliore.
Mia a madre taceva. Lui per metterla a suo agio cercò di scherzare. La sollevò con le sue braccia e lei che forse non era abituata si dimenava gridando. Osservavo quella scena idilliaca sorridendo e compiaciuta. Ma, ad un tratto, mentre mia madre si dimenava tra le braccia di suo marito, cadde e il suo vestito nuovo, regalatole da mio padre, rimase impigliato e si strappò. Un semplice incidente, di scarsa importanza per me ma non per lei che si arrabbiò tanto da rimanere imbronciata per tutta la sera. Mio padre cercava di convincerla a che non fosse successo niente e che le avrebbe comprato un altro vestito. Lei non lo ascoltava.
La cena a base pesce e di frutti di mare che aveva ordinato mio padre era pronta. Guardavo tutto quel ben di Dio, una vera ghiottoneria. Non avevo mai visto tanta abbondanza. E che profumo.
Papà chiamò la mamma ma lei non volle sedersi a tavola con noi. Lui la supplicava ma lei niente, era impietrita. Decidemmo di lasciarla stare e papà disse: “vedi Olga, tua madre non è cambiata, è sempre la stessa, capricciosa come una bambina”. Ero sconvolta, non avevo più appetito, un nodo mi stringeva la gola. Cercavo di masticare ma non riuscivo ad inghiottire. Rispondevo vagamente a quello che mi chiedeva mio padre. Lui era per me ancora uno sconosciuto e la mamma non riuscivo a capirla. 
La sera, all’ora stabilita dalla Superiora mi riportarono in collegio. Le suore si unirono per complimentarsi con me, per quel bell’evento. Ebbi paura di aprirmi e loro stesse notarono questo mio imbarazzo. Io non sapevo, non potevo capire. Ero ancora una bambina, non conoscevo bene i miei genitori e potevo anche sbagliarmi nel giudicare. Non vedevo l’ora di andare a letto, ero così stanca e delusa, non potevo confidarmi né parlare con nessuno. Mi rannicchiai nel mio letto passando in rassegna l’avvenimento sconcertante di quel brutto pomeriggio. Chi aveva torto, mio padre o mia madre? Un interrogativo che mi sono proposta per tutta la vita.  Quel giorno doveva essere per me una festa ed invece, non so come definirlo. Quei due miei genitori sembravano  dei nemici, non potevano stare insieme. Cercai di analizzare i loro caratteri, così, nella mia mente di bambina. Il carattere di mio padre sembrava meno pesante di quello di mia madre, ma potevo anche sbagliarmi. Come si faceva a giudicare il comportamento di un momento? Il dubbio mi tormentava. Perché mia madre si comportava in quel modo? Aveva forse troppo sofferto? Era prevenuta nei confronti di mio padre? Non riuscivo a sciogliere quest’enigma. Non ero in grado di giudicare i miei genitori.  Nel frattempo chiedevo aiuto al buon Dio.

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