sabato 16 luglio 2011
Era il 1935: mio padre
Studiavo con piacere e mi preparavo per le commedie che suor G.preparava ogni anno per festeggiare l’onomastico della Superiora. Erano così interessanti che venivano presentati al pubblico nella grande sala dell’asilo. Ed io avevo sempre la parte migliore, della regina o della zingara che suonava molto bene il violino o della patrizia Giulia. Era un successo e io mi sentivo orgogliosa. Avevo già undici anni e stavo preparandomi per l’esame di quinta elementare che dovevo sostenere insieme alle altre alunne di quella classe presso la scuola elementare esterna, quando la Superiora si presentò sulla porta della classe chiamandomi. La seguii nel suo camerino, mi fece sedere e mi mostrò la fotografia di un uomo, mi chiese: “conosci quest’uomo?”. Lo guardai e risposi: “mai visto”. Lei continuò: “è tuo padre”. Pensai: “è bello”. Mi diede una lettera che lessi avidamente e mi sentivo invasa da una grande gioia. Finalmente avevo un padre che non avevo mai conosciuto. S’interessava di me, della mia vita. Voleva vedermi e questo era bellissimo. Con l’aiuto della Superiora preparai una bella lettera, nella quale manifestavo con puerile esultanza tutta la mia gioia per questo avvenimento. Cresceva in me, giorno dopo giorno, la speranza di un ritorno in famiglia. Da allora s’intrecciò tra noi una corrispondenza, uno scambio di idee, creando un legame che diventava sempre più solido man mano che il tempo passava. Finché in una delle lettere mi prometteva che sarebbe partito al più presto. Non riuscivo a crederci, era un sogno troppo bello per me, una famiglia unita. Pensai d’inviargli l’indirizzo di mia madre per metterlo in contatto con lei, ed era giusto farlo. In quello stesso periodo avevo terminato i miei studi della scuola dell’obbligo, avevo già fatto gli esami di licenza elementare. Avevo saputo di aver superato gli esami di licenza con il voto 10 in tutte le materie. Non mi ero mai sentita così bene in vita mia come in quel periodo. Mi sentivo risvegliata da un lungo sonno, come se nella mia vita fosse scattata una scintilla e l’intelligenza fosse esplosa. Tutto mi sembrava più facile e diventavo più socievole. È con questo stato d’animo che affrontavo tutto con facilità, con la speranza di un mondo migliore. Nel frattempo mio padre mi spediva del denaro per pagare le lezioni di musica perché nel convento c’era suor G. che faceva lezioni per pianoforte alle ragazze pensioniste, cioè a pagamento. Cominciai col studiare il solfeggio e poi con le prime suonatine a quattro mani. Intanto mi padre s’era messo in viaggio e precorrendo il mo incontro con lui provavo un’emozione intensa. L’attesa mi pareva abbastanza lunga. Mentre io mi dedicavo in classe a scrivere le parti per una recita che stavamo preparando, a luglio del 1935, in un caldo pomeriggio, mentre il mio pensiero vagava lontano, fui chiamata in parlatorio, capii subito che c’era qualche novità: “è arrivato mio padre” pensai. Il cuore mi martellava in petto e provavo una sensazione di vertigine. Quando varcai la soglia del parlatorio i mie occhi erano velati di lacrime, mentre nel cuore sgorgava un muto fervido ringraziamento alla vita che si mostrava benigna con me. Il ricordo della solitudine, della desolazione di tutti quegli anni scompariva come d’incanto. I miei occhi non si staccavano dalla figura armoniosa. I suoi modi gentili e il suo piacevole sorriso mi attraversavano. Mi sollevò con le sue forti braccia e mi baciò, mentre ero imbarazzata. La suora volle che suonassi la sonatina a quattro mani “Fra le rose” che avevo imparato con Suor G. Poi lo invitarono a visitare l’istituto e io l’accompagnavo prendendogli la mano.
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