Qualcuno avvertì i parenti di mio padre, a C., per avvisarlo dell'accaduto e avere sue notizie visto che non si faceva vivo. Arrivò la zia G. che fece vendere i mobili, affittare la casa e ci portò con lei a C. Quando arrivammo in casa di zia G. scoprimmo che si trattava di un’abitazione tipica dei contadini con la stanza d’ingresso adibita a stalla, tant’è che alla vista del mulo mia madre ebbe una crisi isterica e piangendo diceva: “dove siamo finite!”. Abituata a portare guanti e cappellino non riusciva proprio ad adattarsi a quella nuova condizione. Ma intanto la zia aveva molto da fare con la sua famiglia numerosa e con i lavori della campagna. Lei stessa aiutava il marito nei campi e voleva che mia madre le desse una mano. Da lì iniziarono i litigi, aggravati dalla mentalità della famiglia B. Ricordo che una volta zio P. in seguito ad una discussione, prese a calci e schiaffi mia madre facendola cadere, un incidente che le provocò uno svenimento dal quale non riusciva a riprendersi, tant’è che dovettero chiamare il medico, dicendogli che era caduta da sola. Io non capivo cosa succedesse. Soltanto molto tempo dopo, quando ero già adulta, lo zio, con un certo senso di colpa, mi raccontò che a quei tempi una donna abbandonata dal marito doveva vivere nel dolore, lavorando e sacrificandosi, ed infatti quando la famiglia in tempo di Carnevale andava a ballare dai V. loro parenti, mia madre doveva restare a casa proprio perché non aveva marito. Ricordo che un giorno ci trovammo in Pretura. C’era la zia ad aspettarci. Si discusse a lungo. La zia inveiva contro mia madre e capì che non voleva più tenerci in casa. Si decise che saremmo andate ad abitare con il nonno F. che viveva di fronte a casa sua. Con lui c’era lo zio P. che era molto giovane e faceva il falegname. Il nonno era buono. Lavorava in campagna e portava a casa molta frutta, legumi e verdure. Una piccola parentesi felice: il nonno mi prendeva in braccio e mi teneva sulle sue ginocchia raccontandomi le storielle. Qualche volta si divertiva a fare un giochino di prestigio. Faceva sparire l’anulare dalla mano, facendolo ricomparire. Il gioco mi piaceva, capivo il trucco e fingevo di rimanere sorpresa. Avevo cinque anni. Con il passare del tempo la mamma peggiorava. Di tanto in tanto sveniva e non si riprendeva per un po’ di tempo. Non so perché ma un giorno ci ritrovammo nuovamente sole. Il nonno ci lasciò, forse non stava bene e andò a starsene in casa della zia. Qualcuno svuotò la casa, lasciandoci solo una rete senza materassi. Mia madre non reagiva più, non avevamo più nulla da mangiare. Un giorno le dissi: “mamma ho fame”! E lei: “vallo a chiedere a tua zia”. Mi decisi di bussare alla sua porta: “zia, mi dai un po’ di pane?”. Con un calcio mi buttò giù dal marciapiede dicendomi: “che sono fornaia?” Da allora non ho mai chiesto più niente a nessuno.
Nessun commento:
Posta un commento