sabato 16 luglio 2011

L'Alzheimer

Mia madre non ha mai dimenticato.  Dopo la perdita di R., mio padre, ha iniziato ad estraniarsi sempre più, un processo che era già iniziato ma di cui nessuno ne aveva colto i segni, a parte R. che però non ne aveva compreso la gravità. A mia madre venne diagnosticata una demenza tipo Alzheimer. Leggevo i manuali sulla malattia e tutto corrispondeva. Molta pazienza - era scritto, molta dolcezza, solo amore. Tornata definitivamente "a casa", per i primi anni,  mi sono occupata di lei quasi a tempo pieno, cercando di donarle momenti di gioia come quando la portavo al mare e riuscivo a strapparle il piacere e la serenità di bagnarsi e godere della spiaggia. Andavamo a Cassano Murge dove facevamo lunghe camminate immerse nella pace della natura. Riuscii persino a portarla a Padova, dove abitava suo fratello. Sapevo che sarebbe stato il suo ultimo viaggio. Fu una vera avventura ma riuscimmo e fu molto bene. Io ero il suo "braccio destro". Lei si fidava ciecamente di me e si lasciava fare, sicura che non l'avrei rimproverata per le due "dimenticanze" ed "incompetenze". Ricordo anche le serate trascorse in veranda a guardare le stelle. Lei parlava e parlava e parlava. 
Dopo arrivarono le varie badanti, fino all'ultima che è rimasta con noi tanti anni. Da allora sono passati più di 10 anni.  Mamma è morta all'età di 91 anni.

I giovani

Così scriveva Olga:

È uno sbaglio imporre ai figli la nostra volontà e guidarli per la strada scelta da noi? È sbagliato dire loro in ogni momento di fare questo o non fare quello? Si. Perché così soffochiamo la loro personalità e non li abituano a decidere di testa loro. Ma bisogna permettere di far fare loro tutto ciò che desiderano? Qui il discorso diventa più complesso. A concederli libertà assoluta si sbaglia: i giovani, come del resto tutti gli esseri umani, tendono a scegliere la strada più facile e quando sono liberi di comportarsi a modo loro è probabile che vadano lontano. La permissività da parte dei genitori produce figli viziati. Ma qual è il metodo giusto? Credo  che il metodo giusto sia quello della responsabilità. Bisogna dire ai giovani: tu fai pure quello che vuoi ma sappi che ne sopporterai le conseguenze. Chi sbaglia paga e i cocci sono i suoi.  I buoni educatori questa frase dovrebbero insegnarla sin dall’infanzia.  Ai nostri tempi si veniva educati soltanto alla repressione. Bisognava ubbidire e basta anche se non era giusto. La pubertà, che tempo sconvolgente! Si abbatte una tempesta ormonale, la vita interiore esplode, ci si rinchiude in sé mentre si sente l’esigenza di stare con i coetanei, con gli altri navigatori di quella difficile e tormentata età. I genitori dovrebbero per primi star loro vicini sapendo che tutto passerà.  La nostra generazione è invece vissuta in un clima di tabù e apprensione, non era abituata né capiva cosa fosse successo loro nello stesso periodo della loro adolescenza e si andava avanti con le botte. Così pure con i problemi sessuali che non si riuscivano a capire.  Si reagiva alle difficoltà con ostilità e indifferenza. Non si aiuta l’altro a sorridere e a ritrovare la speranza prendendo l’atteggiamento del giudice che condanna e sottolinea ogni volta gli errori e le insufficienze dell’altro.

L'Approvazione

Così scriveva Olga:

Mi accorgo che cerco sempre approvazione da chi mi sta vicino e questo è un comportamento autodistruttivo. Se non si è approvati per quello che si è non bisogna essere depressi perché si conosce il proprio valore. L'insicurezza mi porta a chiudermi nella depressione oppure ad arrocarmi su posizioni che non ammettono contraddittorio.

Padri e figli

Così scriveva Olga: 

Non ho mai provato veramente un gioioso  rapporto con mio padre, se non per brevi sprazzi di tempo. Il senso dell’aiuto, il rifugiarsi in un abbraccio, il dissolversi dell’angoscia. Il genitore è colui che aiuta. Un momento difficile per ogni figlio è quando capisce che il genitore non può risolvere i suoi problemi. Ricorrere al genitore è uno degli atti più comuni e consolatori per le persone.  Ma quando il genitore non c’è? L’assenza del padre e la convivenza con una madre infelice ha creato in me un senso di insicurezza, di non pienezza. L’assenza del padre, il non sentirmi amata sono sentimenti che mi hanno accompagnata per tutta la vita.  

Scritto sui ruoli: uomini e donne

Così scriveva Olga:

È arrivata A. che gioia rivederla.  Sono proprio felice, come ai vecchi tempi quando la camera delle bambine era piena di vita. Crescevano sane e studiavano con amore, finché con l’adolescenza iniziarono le prime ribellioni in nome della libertà. La corsa sfrenata ai club, il ballo, le amicizie sbagliate. Erano giovanissime e in casa avevano il fratello maggiore che  era sempre in giro con gli amici. Loro facevano paragoni, dicevano: “perché  lui può uscire quando vuole, ritirarsi tardi, e noi no? Solo perché è maschio?” 
Riflettendoci bene, in cuor mio, con la mia logica, davo loro ragione. Sono stata anch’io vittima della ingiustizia. Prima di sposarmi lavoravo e facevo la parte del padre che manteneva la famiglia ma non potevo uscire con le amiche, dovevo lavorare anche in casa perché ero donna, maledettamente donna. I maschi dei miei tempi dicevano: “che vogliono queste femmine?” oppure: “che volete? Sono femmine”.  In senso dispregiativo. 
Avevo un brutto concetto dell’uomo. L’uomo che al primo screzio va via senza responsabilità e senso del dovere. L’uomo che schiaccia la donna per non essere capace di dare lavorando e sacrificandosi per la famiglia. Sono convinta che tutte le donne del mondo subiscono, chi più chi meno, le tante umiliazioni e frustrazioni che provengono da parte di chi si definisce innamorato. 
Poi ho coonsciuto R., mio marito e il padre dei miei figli. Anche con lui ho dovuto lottare per garantirmi spazi di autonomia e libertà, ma lui mi ama in responsabilità, è un compagno fedele e paziente. Sa accogliere la parte buia della mia anima ed è un grande lavoratore ed un padre irrepprensibile. A volte autoritario, soprattutto in passato, ma è la sua educazione, quella di una volta. Penso che i tempi stanno cambiando. Non sarà facile raggiungere la piena parità e rispetto reciproco, ma l'amore,  la sensibilità, la gentilezza, sono gli unici rimedi. Senza paure.

Scritto sull'Amore

Così scriveva Olga:

Cos’è per me l’amore? Per me il vero amore  è soprattutto affinità elettiva, contatto delle anime, simpatia dell’intelligenza. Mi innamoro del mondo mentale dell’uomo. Non che  il contatto fisico non sia importante ma per me questo non si traduce necessariamente in amore. Più che il singolo  uomo è il genere umano che mi fa innamorare. Si, la qualità umana di cui ogni uomo per quanto completo sia non è che un aspetto, un frammento, un momento. È bizzarra utopia quella che sento ma che ci posso fare se per me l’amore è così? Un amore che abbraccia tutto e tutti, un amore universale!

La pace

Così scriveva Olga:

Giro per la mia casa, il mio giardino e sono felice. In ogni momento elevo i pensieri al Cielo. “Grazie Signore per quello che mi hai dato”. Per la mia casa che mi sembra un piccolo Paradiso. Per i miei figli che sono tutti belli e sani. Per mio marito, al quale devo tutto, per il suo affetto, le sue premure, le sue attenzioni verso la mia persona.
La bufera degli anni bui è passata ed io sono fiera di averla affrontata con tanto coraggio e sicura che il tempo mi avrebbe dato ragione.

Il ritorno in Puglia

Ritornammo a C. ed io in collegio. Avevo dodici anni e restai in istituto sino ai quattordici. Mia madre veniva a trovarmi con quel bambino pallido e magro ed io ne sentivo pena. La Superiora voleva farmi suora e mi faceva studiare insieme alle pensioniste ma le dissi che dovevo uscire per aiutare mia madre e mio fratello, dovevo aiutare la mia famiglia, e così feci. Mia madre, che già aveva problemi di vista, oramai non vedeva più e non poteva lavorare. Iniziai a darmi da fare. Con il doposcuola ai bambini di scuola elementare, ricamando ed intrecciando le palme nel periodo pasquale. Nel frattempo avevo conseguito la licenza media con il massimo dei voti ed ero brava nello scrivere, così, appena compiuti diciassette anni, venni chiamata in Comune perché c’era la guerra e mancavano gli uomini. Per questo sempre ringrazio la Superiora ed il Potestà C. che mi aveva conosciuta quando ero in Collegio. Finalmente avevo uno stipendio e potevo affrontare la vita dignitosamente.

Torino, l'abbandono e la nascita di Franco

Giungemmo a Torino che era mezzanotte, prendemmo un tassì che ci condusse all’albergo Porta Nuova che era lì vicino. Una cameriera ci accompagnò in una stanza al quarto piano. Ci chiese se avessimo bisogno di qualcosa. Io  em ia madre eravamo molto stanche, avevamo voglia di dormire ma  mio padre disse che sarebbe sceso per prendere un caffè. Non tornò più. 
Mi svegliai verso l’alba e mia madre era ancora sveglia e preoccupata perché papà non era tornato. Gli era forse accaduto qualcosa? C’eravamo cacciate in un brutta situazione. Cercai di alzarmi per fugare l’angoscia che mi attanagliava il respiro. Cominciai ad aver paura, cosa avremmo fatto sole ed abbandonate? Ero una bambina di undici anni e mezzo. Che brutto destino! Uscii in corridoio per riuscire a parlare con qualcuno. Vidi una cameriera in fondo al corridoio e le dissi l’accaduto: “mio padre dopo essere sceso giù non è più tornato!”. Lei ci consigliò di rivolgerci alla padrona dell’albergo, la quale mi disse che papà aveva pagato la stanza per un giorno, era uscito e non ne sapeva più nulla. Ci consigliò di rivolgerci alla questura. La mamma aveva con sé i franchi che le avevo dato con le lettere trovate aperte nella cassetta della posta. In  quella occasione furono molto utili. Potette così pagare l’albergo per qualche giorno ma passarono molti giorni e mio  padre non si faceva più vivo. Ritornammo in questura per sapere notizie sulle loro ricerche. Nessuna notizia, di mio padre neppure l’ombra. I funzionari ci dettero del denaro in attesa di accertamenti. Ma un giorno, tornando all’albergo, la padrona ci consegnò una sua lettera, proveniva da Saint Jean . Mia madre  l’aprì tremante, erano inclusi centocinquanta franchi  e  ci pregava di tornare a C. il suo paese d'origine. Nella lettera c'era scritto “Sono convinto che non potremo mai vivere insieme. Non ho rimorsi per quello che ho fatto, anzi sento di essere un galantuomo. Addio!”. Il giorno seguente andammo in questura per far leggere la lettera. Dato lo stato di gravidanza della mamma, i funzionari pensarono di procurarci i passaporti  per farci tornare in Francia da mio padre essendo lui il responsabile tenuto al mantenimento della propria famiglia. In attesa che i documenti fossero pronti  fummo ospitate nel ricovero “Casa Arnaldo Mussolini” dove alloggiava la gente povera. Lì restammo sino all'ennesima partenza per la Francia dove la parmanenza fu ancora più dolorosa. Da lì a breve ripartimmo e ci trovammo all'Ospedale Regina Mrgherita di Bordighiera dove nacque mio fratello Franco. Anche in quel luogo mi sentivo bene. Mentre mia madre era a letto, io aiutavo le ragazze e davo lezioni di italiano. Mi dicevano che forse potevo restare lì e lavorare come maestra perché ero brava. Ricordo la nascita del mio nuovo fratellino (....)

L'ultima permanenza a Saint-Jean-de-Maurianne


Mi padre restava sempre più spesso fuori casa. Una volta venne a prendermi da scuola e mi disse che non potevamo andare avanti in quel modo. Dovevamo andar via. Dove? Non lo sapeva. Intanto mia madre aspettava un bambino che doveva nascere tra tre mesi.  Un giorno la mamma volle uscire per incontrare le amiche italiane e ci recammo a casa della famiglia Cavuoto. La signora molto gentile si era allontanata per preparate un tè caldo quando mia madre si sentì male, accasciandosi su una poltrona priva di conoscenza. La signora preoccupata le slacciò le vesti, l’adagiò sul suo letto e provvide subito a chiamare un medico. Lui volle sapere da me notizie riguardanti la sua vita e di cosa soffrisse. Io sapevo solo che aspettava un bambino, che faceva sempre lite con mio padre e che quella mattina non aveva fatto colazione. Il medico disse poi a mio padre di avere cura e comprensione per la mamma, per la sua situazione particolare e che se non l’avesse fatto, era pronto a denunziarlo. Papà assicurò di farlo e per trasportarla a casa chiamò un tassi.  Intanto nel rione dove abitavamo si sparse la voce delle precarie condizioni della mamma e all’improvviso scattò la molla della solidarietà umana. Molti facevano a gara per portare il carbone per il riscaldamento, latte, pane, minestre calde. Tutto ciò sembrava che umiliasse mio padre che forse si sentiva in colpa o incapace di provvedere, lui che era il marito, al nostro sostentamento. Lo vedevo sempre più nervoso.
Un giorno mentre giocavo per la scala con l’amica Josette che abitava al primo piano mi accorsi che nella nostra cassetta della posta c’era una lettera senza indirizzo. La chiave della cassetta l’aveva mio padre. Ma incuriosita pensai di tirarla fuori con un ferretto allungato e ci riuscii. La busta era aperta e conteneva un biglietto e diversi franchi. Sul biglietto c’era scritto: “una famiglia italiana cerca di venire incontro alle vostre esigenze”. Mancava la firma. Salii e feci leggere il biglietto alla mamma la quale mi pregò di darle la busta col denaro  e di non dire niente a mio padre. Dopo circa un mese rividi la solita busta senza indirizzo. La tirai fuori nel solito modo e vi trovai altri franchi; questa volta non c’era alcun biglietto. Pensai di consegnare tutto a mia madre.Un giorno vennero a farci visita due signori che si presentarono come Alfredo e Carmelina Castello, siciliani e residenti a Saint Michel de Maurienne, un paese a pochi chilometri dal nostro. Chiamai la mamma e li feci accomodare in sala da pranzo. Ci dissero che avevano saputo da un’insegnante di Saint Jean che lavorava a Saint Michel delle tristi condizioni della nostra famiglia. Erano venuti a chiederci se potevano fare qualcosa per noi. Ci spiegarono che la loro famiglia, all’inizio del trasferimento in Francia, era stata provata duramente e che solo grazie all’aiuto della provvidenza di alcuni amici erano riusciti a superare le tante difficoltà. Ora loro erano disposti a dare un aiuto morale a mio padre procurandogli un lavoro stabile e per questo volevano sapere cosa sapesse fare.  Mia madre li  ringraziò e, non so se fece bene o male, disse che a mio padre non piaceva lavorare. La sua passione era la musica e non avrebbe fatto alcun altro lavoro.
Conclusero lasciandoci l’indirizzo se eventualmente mio padre avesse deciso di rivolgersi a loro per un colloquio. Di tutto questo mio padre non ha mai saputo nulla, almeno credo.
Dopo tanti mesi senza lavoro, il denaro portato dall’America stava per finire. Si viveva a stento, c’era sempre un pretesto per litigare. I loro visi accigliati e abbruttiti e una serie di riflessi minava la loro sanità mentale. Io avevo paura. In loro non c’era più niente, era rimasto soltanto astio e odio. Finché mio padre decise di trovarsi definitivamente un altro alloggio. Di tanto in tanto veniva a trovarci portando un sacco di patate, un po’ di pane e di olio.  Quella brutta situazione mortificava le funzioni mentali dell’intelligenza, dell’affettività  e della socialità.  Una mattina mio padre venne a trovarci e con tono pacato disse alla mamma: “hai rovinato tutto, in questo paese non posso più vivere, ho deciso di  tornare in Italia, prepara le valigie e partiamo”. Mia madre fece capire che lei non partiva e scrisse un biglietto alla famiglia Castello per un consiglio e questi risposero che la moglie deve seguire il marito ovunque  egli vada. Decise di preparare le valigie. 
A me dispiaceva  tanto lasciare Saint Jean, l’amica Josette, Madame Arland, e soprattutto mi dispiaceva tanto perdere la libertà che avevo acquistato ma due giorni dopo partimmo  per Torino. 
Il viaggio fu triste, nessuno dei due parlava, io guardavo furtiva, ora l’uno ora l’altro

Luci e ombre


Prendemmo una carrozza che ci accompagnò in albergo. Un cameriere ci portò in una camera resa ancora più buia da una montagna altissima che ci toglieva la vista del paesaggio. Mia madre si infilò nel letto dove restò per tutto il tempo che restammo in albergo. Io e mio padre uscivamo in giro per il paese e scoprivamo giorno dopo giorno le bellezze del posto.  Nel centro del paese c’erano grandi negozi sotto i portici e più giù parchi giochi con adiacente sala di feste. La domenica la sala era piena di gente per manifestazioni culturali, musica, commedie e danze. L’unico problema per noi era la lingua che non conoscevamo. Ci fornimmo di un dizionario italiano-francese. Quel soggiorno è stato per me l’esperienza più bella della mia vita. Per la mia verde età, con l’esplosione della pubertà, vedevo tutto ampliato, bellissimo, come se vivessi in un’altra dimensione. Idealizzavo ogni cosa. La mia vita era cambiata, diversa da quella triste e uggiosa del collegio.  La mattina, dopo aver fatto colazione, ci fermavamo nel parco, assaporando i profumi degli abeti, i cinguettii degli uccelli e studiavamo la lingua francese con l’aiuto del dizionario.
Mio padre aveva portato dall’America con sé molto denaro e si viveva bene ma si spendeva molto in albergo e questo non poteva durare a lungo. Bisognava farsi conoscere, trovare un lavoro, ma soprattutto trovare una casa in fitto. Un giorno mentre eravamo seduti nel parco, un uomo dopo aver ascoltato quello che dicevamo scandì  parole in italiano. La nostra gioia fu immensa, c’era qualcuno che ci capiva e con il quale poter dialogare. Ci presentammo e lui disse di essere un italiano impresario edile e fu felice di conoscerci.  Passeggiammo insieme  e ci condusse a casa sua per presentarci la moglie.  Ci consigliarono di lasciare al più presto l’albergo dove si spendeva molto e ci indicarono un appartamento ammobiliato. Lui stesso ci accompagnò dalla padrona di casa L’appartamento era composto da tre camere ed accessori, arredato.  Ci trasferimmo il giorno seguente e con l’aiuto del signor Maggioni ci inserimmo bene, trovando  amicizie in diverse famiglie italiane che venivano a farci visita.Ma anche lì, mia madre, chiusa nella camera da letto, non voleva vedere gente. Non faceva altro che lamentarsi, dicendo che mio padre l’aveva confinata in carcere. Le mogli di questi amici desideravano conoscerla ma lei non si alzava.  Noi dicevamo che non stava bene perché aspettava un bambino, ma non era una buona ragione. Aveva maggiormente bisogno di muoversi, respirare aria pura. Un giorno le stesse signore cercarono di entrare in camera da letto costringendola ad alzarsi e da quel giorno venivano spesso a prenderla e la convincevano ad uscire con loro. Fui veramente  contenta di quell’incoraggiamento. Da quel momento non stette più a letto ed io cercavo di accompagnarla a far visita ora ad una famiglia ora ad un’altra.  Col passare del tempo queste amicizie le furono di grande conforto e non si sentiva più sola. Si riprese e sembrava che fosse diventata una donna normale, cucinava, puliva la casa. Con loro faceva lunghe passeggiate per le vie della campagna che portavano in montagna. Era un gran passo in avanti perché anch’io stavo meglio e giocavo con i loro bambini.
Iniziarono le prime confidenze. Mia madre parlava del suo passato e della sua vita di donna delusa finché queste persone divennero nemiche di mio padre e sue alleate. D’altra parte, le solite baruffe tra lei e mio padre non mancavano, ora per la finestra aperta, ora per altri motivi che non capivo. 
La nostra casa era situata ad angolo della Rue du College e di un viale che portava alla villa du Maire, dove viveva il Potestà del paese. Dalla finestra del balcone della cucina vedevo un grosso cane  pastore tedesco che abbaiava e scodinzolava quando passava qualcuno. Mi divertivo a fargli il verso e lui, alzando la testa, mi rispondeva abbaiando ancora più forte. La padrona della villa, Madame Arland, s’accorse di questa scena e mi sorrideva. Un giorno venne a farci visita e con mia grande meraviglia la sentii parlare in italiano. Fui felice di poter comunicare con lei che mi capiva. Ci raccontò che da giovanissima aveva studiato in un collegio di Firenze ed era stata molto felice. La nostra lingua le ricordava i suoi begli anni della giovinezza. Le sarebbe piaciuto dialogare con noi. Da quel giorno venne spesso a trovarci. Ci sentivamo onorati della sua presenza e della finezza dei modi.  Si parlava soprattutto dell’Italia in genere, della politica (di quei tempi c’era il fascismo con la sua guerra con l’Africa Orientale, l’Etiopia), dell’economia, della sua passione per le opere d’arte. Ero affascinata dalla sua personalità e dalla sua cultura. E poi della sua distinta figura, pur avendo compiuto 60 anni. Aveva un unico figlio sposato che non aveva bambini mentre a lei piacevano molto, soprattutto le bambine e forse per questo si affezionò molto a me. Veniva spesso a trovarmi portando fiori e frutta. Capii subito che le nostre condizioni non erano buone. Mi padre non lavorava, si viveva con il denaro portato dall’America. Il clima del paese era rigido e i bambini venivano coperti bene, indossavano indumenti di lana e calzavano stivaletti o carponi  da montagna, mentre io andavo in giro con roba quasi estiva e calzini di cotone. Era ormai autunno. La signora Arland si meravigliava e mi chiedeva perché andavo vestita in quel modo. Potevo raffreddarmi. Cominciavo così a rendermi conto della incoscienza dei miei genitori che non pensavano ai miei bisogni. Cercai di far capire un po’ la situazione familiare e da quel giorno lei si interessò a me e cercò in tutti i modi di essermi vicina. Mi chiamava donandomi ora un cappottino di lana nuovo, ora un maglione, calzamaglia e stivali. Avendomi vista giocare con una bambola di stoffa, fatta da me, un giorno mi portò una bella bambola bruna che, diceva, mi rassomigliava. Ero commossa per le sue attenzioni, l’abbracciavo e piangevo. Lei ricambiava felice. Intanto, le liti tra mio padre e mia madre erano sempre più frequenti. Presto in quel rione tutti seppero della nostra situazione economica e le signore francesi mi chiamavano e mi davano doni. Pensai di iscrivermi alla scuola francese, almeno per poter imparare la lingua. Era l’inizio dell’anno scolastico, in ottobre e quell’aria rigida ma secca mi faceva bene. Correvo per le lunghe strade scoscese saltando di gioia ma mi fu impossibile frequentare la scuola francese perché non conoscevo la lingua e non capivo quello che diceva la maestra. Seppi però che c’era una scuola per gli italiani, mi iscrissi e la frequentai. Mi trovavo a mio agio, oltre alle materie di studio che già conoscevo, si studiava musica, canto e recitazione. La domenica si davano concerti per gli italiani nella sala delle feste. Mi sentivo soddisfatta e inserita bene in quell’ambiente. Le giornate trascorrevano liete e piene perché facevo anche da maestra alle bambine italiane, visto che avevo conseguito il diploma di scuola elementare in Italia. Trascorrevo l’intera giornata a scuola, pranzando anche lì e per me era una meraviglia. L’edificio era situato in periferia quasi su un pendio della montagna. Nelle belle giornate, quando il sole sorgeva dietro al monte e non c’era  la nebbia, uscivamo all’aria aperta e ci godevamo la vista del panorama e delle acque che  scorrevano giù per la valle, lungo un ruscello. In quel periodo, era ottobre, la gente vendemmiava e cantava festosa, inneggiando alla vigna: “Les vigneranne de chez nous” oppure “Ah que j’aime ma montagne”. Tutto mi pareva bellissimo di quella gente felice. Ero inebriata per l’aria pura e frizzante che ritemprava il corpo e lo spirito; ogni pensiero triste si addolciva. Come respiravo bene! L’estro poetico esplodeva nella mia mente e m’ispirava frasi bellissime, dando posto all’amore per tutte le cose create. I miei verdi anni stimolavano i miei sensi, stavo svegliandomi dopo un lungo letargo.
La sera dovevo però tornare a casa dai miei genitori e non avrei voluto. Scrutavo diffidente il loro volto sempre accigliato, la tristezza mi prendeva; quanta malinconia. La scuola per me era una fuga dalla realtà e dalla sconsolante freddezza che regnava in casa mia . Non c’era nulla da fare. Mio padre era sempre lì con il suo mandolino che con le sue note tristi e malinconiche rattristavano ancora di più l’atmosfera. Pareva che piangesse. “Perché sei triste papà?” gli chiedevo. “Perché la mamma non mi ama”, rispondeva lui. Mia madre era quasi sempre a letto, come al solito. Una sera la trovai in cucina che sferruzzava, le chiesi: “Perché non vai da papà per dirgli che gli vuoi bene? Qualcosa potrebbe cambiare”. Lei mi rispose: “Stai zitta tu che non capisci niente”. In quella casa, e con loro, il tempo trascorreva triste e malinconico mentre fuori c’era aria di festa.  Si avvicinava il Natale. I negozianti addobbavano le vetrine. In piazza una grande stella illuminata, simbolo della cometa, annunciava la lieta novella. Un rito annuale che faceva gioire e mi ricordava il Natale in collegio, quando le suore ci vestivano da angioletti e recitavamo giù nella grotta della chiesa, mentre io portavo Gesù Bambino tra le mani per porgerlo al sacerdote che doveva adagiarlo nella grotta del presepe. Ma nel cuore dei miei genitori c’era il buio o forse l’egoismo perché ognuno pensava a se stesso senza risolvere granché. I miei occhi erano bagnati di lacrime. Non sapevo come risolvere o cosa fare affinché loro incontrassero la luce che riscalda il cuore indurito dall’odio.