Mi padre restava sempre più spesso fuori casa. Una volta venne a prendermi da scuola e mi disse che non potevamo andare avanti in quel modo. Dovevamo andar via. Dove? Non lo sapeva. Intanto mia madre aspettava un bambino che doveva nascere tra tre mesi. Un giorno la mamma volle uscire per incontrare le amiche italiane e ci recammo a casa della famiglia Cavuoto. La signora molto gentile si era allontanata per preparate un tè caldo quando mia madre si sentì male, accasciandosi su una poltrona priva di conoscenza. La signora preoccupata le slacciò le vesti, l’adagiò sul suo letto e provvide subito a chiamare un medico. Lui volle sapere da me notizie riguardanti la sua vita e di cosa soffrisse. Io sapevo solo che aspettava un bambino, che faceva sempre lite con mio padre e che quella mattina non aveva fatto colazione. Il medico disse poi a mio padre di avere cura e comprensione per la mamma, per la sua situazione particolare e che se non l’avesse fatto, era pronto a denunziarlo. Papà assicurò di farlo e per trasportarla a casa chiamò un tassi. Intanto nel rione dove abitavamo si sparse la voce delle precarie condizioni della mamma e all’improvviso scattò la molla della solidarietà umana. Molti facevano a gara per portare il carbone per il riscaldamento, latte, pane, minestre calde. Tutto ciò sembrava che umiliasse mio padre che forse si sentiva in colpa o incapace di provvedere, lui che era il marito, al nostro sostentamento. Lo vedevo sempre più nervoso.
Un giorno mentre giocavo per la scala con l’amica Josette che abitava al primo piano mi accorsi che nella nostra cassetta della posta c’era una lettera senza indirizzo. La chiave della cassetta l’aveva mio padre. Ma incuriosita pensai di tirarla fuori con un ferretto allungato e ci riuscii. La busta era aperta e conteneva un biglietto e diversi franchi. Sul biglietto c’era scritto: “una famiglia italiana cerca di venire incontro alle vostre esigenze”. Mancava la firma. Salii e feci leggere il biglietto alla mamma la quale mi pregò di darle la busta col denaro e di non dire niente a mio padre. Dopo circa un mese rividi la solita busta senza indirizzo. La tirai fuori nel solito modo e vi trovai altri franchi; questa volta non c’era alcun biglietto. Pensai di consegnare tutto a mia madre.Un giorno vennero a farci visita due signori che si presentarono come Alfredo e Carmelina Castello, siciliani e residenti a Saint Michel de Maurienne, un paese a pochi chilometri dal nostro. Chiamai la mamma e li feci accomodare in sala da pranzo. Ci dissero che avevano saputo da un’insegnante di Saint Jean che lavorava a Saint Michel delle tristi condizioni della nostra famiglia. Erano venuti a chiederci se potevano fare qualcosa per noi. Ci spiegarono che la loro famiglia, all’inizio del trasferimento in Francia, era stata provata duramente e che solo grazie all’aiuto della provvidenza di alcuni amici erano riusciti a superare le tante difficoltà. Ora loro erano disposti a dare un aiuto morale a mio padre procurandogli un lavoro stabile e per questo volevano sapere cosa sapesse fare. Mia madre li ringraziò e, non so se fece bene o male, disse che a mio padre non piaceva lavorare. La sua passione era la musica e non avrebbe fatto alcun altro lavoro.
Conclusero lasciandoci l’indirizzo se eventualmente mio padre avesse deciso di rivolgersi a loro per un colloquio. Di tutto questo mio padre non ha mai saputo nulla, almeno credo.
Dopo tanti mesi senza lavoro, il denaro portato dall’America stava per finire. Si viveva a stento, c’era sempre un pretesto per litigare. I loro visi accigliati e abbruttiti e una serie di riflessi minava la loro sanità mentale. Io avevo paura. In loro non c’era più niente, era rimasto soltanto astio e odio. Finché mio padre decise di trovarsi definitivamente un altro alloggio. Di tanto in tanto veniva a trovarci portando un sacco di patate, un po’ di pane e di olio. Quella brutta situazione mortificava le funzioni mentali dell’intelligenza, dell’affettività e della socialità. Una mattina mio padre venne a trovarci e con tono pacato disse alla mamma: “hai rovinato tutto, in questo paese non posso più vivere, ho deciso di tornare in Italia, prepara le valigie e partiamo”. Mia madre fece capire che lei non partiva e scrisse un biglietto alla famiglia Castello per un consiglio e questi risposero che la moglie deve seguire il marito ovunque egli vada. Decise di preparare le valigie. A me dispiaceva tanto lasciare Saint Jean, l’amica Josette, Madame Arland, e soprattutto mi dispiaceva tanto perdere la libertà che avevo acquistato ma due giorni dopo partimmo per Torino.
Il viaggio fu triste, nessuno dei due parlava, io guardavo furtiva, ora l’uno ora l’altro
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