Prendemmo una carrozza che ci accompagnò in albergo. Un cameriere ci portò in una camera resa ancora più buia da una montagna altissima che ci toglieva la vista del paesaggio. Mia madre si infilò nel letto dove restò per tutto il tempo che restammo in albergo. Io e mio padre uscivamo in giro per il paese e scoprivamo giorno dopo giorno le bellezze del posto. Nel centro del paese c’erano grandi negozi sotto i portici e più giù parchi giochi con adiacente sala di feste. La domenica la sala era piena di gente per manifestazioni culturali, musica, commedie e danze. L’unico problema per noi era la lingua che non conoscevamo. Ci fornimmo di un dizionario italiano-francese. Quel soggiorno è stato per me l’esperienza più bella della mia vita. Per la mia verde età, con l’esplosione della pubertà, vedevo tutto ampliato, bellissimo, come se vivessi in un’altra dimensione. Idealizzavo ogni cosa. La mia vita era cambiata, diversa da quella triste e uggiosa del collegio. La mattina, dopo aver fatto colazione, ci fermavamo nel parco, assaporando i profumi degli abeti, i cinguettii degli uccelli e studiavamo la lingua francese con l’aiuto del dizionario.
Mio padre aveva portato dall’America con sé molto denaro e si viveva bene ma si spendeva molto in albergo e questo non poteva durare a lungo. Bisognava farsi conoscere, trovare un lavoro, ma soprattutto trovare una casa in fitto. Un giorno mentre eravamo seduti nel parco, un uomo dopo aver ascoltato quello che dicevamo scandì parole in italiano. La nostra gioia fu immensa, c’era qualcuno che ci capiva e con il quale poter dialogare. Ci presentammo e lui disse di essere un italiano impresario edile e fu felice di conoscerci. Passeggiammo insieme e ci condusse a casa sua per presentarci la moglie. Ci consigliarono di lasciare al più presto l’albergo dove si spendeva molto e ci indicarono un appartamento ammobiliato. Lui stesso ci accompagnò dalla padrona di casa L’appartamento era composto da tre camere ed accessori, arredato. Ci trasferimmo il giorno seguente e con l’aiuto del signor Maggioni ci inserimmo bene, trovando amicizie in diverse famiglie italiane che venivano a farci visita.Ma anche lì, mia madre, chiusa nella camera da letto, non voleva vedere gente. Non faceva altro che lamentarsi, dicendo che mio padre l’aveva confinata in carcere. Le mogli di questi amici desideravano conoscerla ma lei non si alzava. Noi dicevamo che non stava bene perché aspettava un bambino, ma non era una buona ragione. Aveva maggiormente bisogno di muoversi, respirare aria pura. Un giorno le stesse signore cercarono di entrare in camera da letto costringendola ad alzarsi e da quel giorno venivano spesso a prenderla e la convincevano ad uscire con loro. Fui veramente contenta di quell’incoraggiamento. Da quel momento non stette più a letto ed io cercavo di accompagnarla a far visita ora ad una famiglia ora ad un’altra. Col passare del tempo queste amicizie le furono di grande conforto e non si sentiva più sola. Si riprese e sembrava che fosse diventata una donna normale, cucinava, puliva la casa. Con loro faceva lunghe passeggiate per le vie della campagna che portavano in montagna. Era un gran passo in avanti perché anch’io stavo meglio e giocavo con i loro bambini.
Iniziarono le prime confidenze. Mia madre parlava del suo passato e della sua vita di donna delusa finché queste persone divennero nemiche di mio padre e sue alleate. D’altra parte, le solite baruffe tra lei e mio padre non mancavano, ora per la finestra aperta, ora per altri motivi che non capivo.
La nostra casa era situata ad angolo della Rue du College e di un viale che portava alla villa du Maire, dove viveva il Potestà del paese. Dalla finestra del balcone della cucina vedevo un grosso cane pastore tedesco che abbaiava e scodinzolava quando passava qualcuno. Mi divertivo a fargli il verso e lui, alzando la testa, mi rispondeva abbaiando ancora più forte. La padrona della villa, Madame Arland, s’accorse di questa scena e mi sorrideva. Un giorno venne a farci visita e con mia grande meraviglia la sentii parlare in italiano. Fui felice di poter comunicare con lei che mi capiva. Ci raccontò che da giovanissima aveva studiato in un collegio di Firenze ed era stata molto felice. La nostra lingua le ricordava i suoi begli anni della giovinezza. Le sarebbe piaciuto dialogare con noi. Da quel giorno venne spesso a trovarci. Ci sentivamo onorati della sua presenza e della finezza dei modi. Si parlava soprattutto dell’Italia in genere, della politica (di quei tempi c’era il fascismo con la sua guerra con l’Africa Orientale, l’Etiopia), dell’economia, della sua passione per le opere d’arte. Ero affascinata dalla sua personalità e dalla sua cultura. E poi della sua distinta figura, pur avendo compiuto 60 anni. Aveva un unico figlio sposato che non aveva bambini mentre a lei piacevano molto, soprattutto le bambine e forse per questo si affezionò molto a me. Veniva spesso a trovarmi portando fiori e frutta. Capii subito che le nostre condizioni non erano buone. Mi padre non lavorava, si viveva con il denaro portato dall’America. Il clima del paese era rigido e i bambini venivano coperti bene, indossavano indumenti di lana e calzavano stivaletti o carponi da montagna, mentre io andavo in giro con roba quasi estiva e calzini di cotone. Era ormai autunno. La signora Arland si meravigliava e mi chiedeva perché andavo vestita in quel modo. Potevo raffreddarmi. Cominciavo così a rendermi conto della incoscienza dei miei genitori che non pensavano ai miei bisogni. Cercai di far capire un po’ la situazione familiare e da quel giorno lei si interessò a me e cercò in tutti i modi di essermi vicina. Mi chiamava donandomi ora un cappottino di lana nuovo, ora un maglione, calzamaglia e stivali. Avendomi vista giocare con una bambola di stoffa, fatta da me, un giorno mi portò una bella bambola bruna che, diceva, mi rassomigliava. Ero commossa per le sue attenzioni, l’abbracciavo e piangevo. Lei ricambiava felice. Intanto, le liti tra mio padre e mia madre erano sempre più frequenti. Presto in quel rione tutti seppero della nostra situazione economica e le signore francesi mi chiamavano e mi davano doni. Pensai di iscrivermi alla scuola francese, almeno per poter imparare la lingua. Era l’inizio dell’anno scolastico, in ottobre e quell’aria rigida ma secca mi faceva bene. Correvo per le lunghe strade scoscese saltando di gioia ma mi fu impossibile frequentare la scuola francese perché non conoscevo la lingua e non capivo quello che diceva la maestra. Seppi però che c’era una scuola per gli italiani, mi iscrissi e la frequentai. Mi trovavo a mio agio, oltre alle materie di studio che già conoscevo, si studiava musica, canto e recitazione. La domenica si davano concerti per gli italiani nella sala delle feste. Mi sentivo soddisfatta e inserita bene in quell’ambiente. Le giornate trascorrevano liete e piene perché facevo anche da maestra alle bambine italiane, visto che avevo conseguito il diploma di scuola elementare in Italia. Trascorrevo l’intera giornata a scuola, pranzando anche lì e per me era una meraviglia. L’edificio era situato in periferia quasi su un pendio della montagna. Nelle belle giornate, quando il sole sorgeva dietro al monte e non c’era la nebbia, uscivamo all’aria aperta e ci godevamo la vista del panorama e delle acque che scorrevano giù per la valle, lungo un ruscello. In quel periodo, era ottobre, la gente vendemmiava e cantava festosa, inneggiando alla vigna: “Les vigneranne de chez nous” oppure “Ah que j’aime ma montagne”. Tutto mi pareva bellissimo di quella gente felice. Ero inebriata per l’aria pura e frizzante che ritemprava il corpo e lo spirito; ogni pensiero triste si addolciva. Come respiravo bene! L’estro poetico esplodeva nella mia mente e m’ispirava frasi bellissime, dando posto all’amore per tutte le cose create. I miei verdi anni stimolavano i miei sensi, stavo svegliandomi dopo un lungo letargo.
La sera dovevo però tornare a casa dai miei genitori e non avrei voluto. Scrutavo diffidente il loro volto sempre accigliato, la tristezza mi prendeva; quanta malinconia. La scuola per me era una fuga dalla realtà e dalla sconsolante freddezza che regnava in casa mia . Non c’era nulla da fare. Mio padre era sempre lì con il suo mandolino che con le sue note tristi e malinconiche rattristavano ancora di più l’atmosfera. Pareva che piangesse. “Perché sei triste papà?” gli chiedevo. “Perché la mamma non mi ama”, rispondeva lui. Mia madre era quasi sempre a letto, come al solito. Una sera la trovai in cucina che sferruzzava, le chiesi: “Perché non vai da papà per dirgli che gli vuoi bene? Qualcosa potrebbe cambiare”. Lei mi rispose: “Stai zitta tu che non capisci niente”. In quella casa, e con loro, il tempo trascorreva triste e malinconico mentre fuori c’era aria di festa. Si avvicinava il Natale. I negozianti addobbavano le vetrine. In piazza una grande stella illuminata, simbolo della cometa, annunciava la lieta novella. Un rito annuale che faceva gioire e mi ricordava il Natale in collegio, quando le suore ci vestivano da angioletti e recitavamo giù nella grotta della chiesa, mentre io portavo Gesù Bambino tra le mani per porgerlo al sacerdote che doveva adagiarlo nella grotta del presepe. Ma nel cuore dei miei genitori c’era il buio o forse l’egoismo perché ognuno pensava a se stesso senza risolvere granché. I miei occhi erano bagnati di lacrime. Non sapevo come risolvere o cosa fare affinché loro incontrassero la luce che riscalda il cuore indurito dall’odio.